GicléeArt per gli artisti

Le stampe realizzate con la tecnica giclée sono opere che soddisfano i criteri di qualità di Musei e Gallerie d'Arte di tutto il mondo. La stampa giclée, infatti, è particolarmente adatta per la fotografia d'autore per la elevata possibilità di controllo e riscoperta dei dettagli negli originali.

La stampa giclée, garantendo agli autori una libertà di espressione maggiore e possibilità effettive di diversificazione, sta donando nuova vita alla comunicazione artistica attraverso una nuova definizione di arte che sia la più ampia possibile.

Un aspetto innovativo dell'utilizzo della stampa giclée è rappresentato dal concetto 'print on demand' (stampa su richiesta), che consente di produrre solo i multipli che il mercato richiede e con la sicurezza di una costanza dei risultati e della ripetibilità, anche su formati diversi, delle identiche caratteristiche della copia iniziale.

Ottimo è l'utilizzo nel settore della moda (grande controllo della texture degli abiti) e nel settore dell'architettura per la nitidezza e definizione dei dettagli.


GIUSEPPE PETRILLI

Giuseppe Petrilli è nato a Lucera (Fg) nel 1970 dove vive e lavora. La sua attività artistica si sviluppa in una doppia produzione: quella pittorica e quella digitale. In particolare la serie erotica “Piante Carnivore” è il risultato di una personale ricerca volta a trovare la giusta alchimia tra il gesto artistico più classico, il disegno, e le nuove tecniche digitali, al fine di utilizzare e sviluppare le numerose soluzioni espressive che esse offrono. La serie “True_Fakes” è un’ulteriore evoluzione di tale alchimia e consiste in manifesti di film inventati, ispirati ai b-movies degli anni 60/70. Ha partecipato a diverse mostre collettive e personali a Miami, Chicago, Los Angeles, San Francisco, Montreal, Berlino, Zurigo, Roma, Milano, Firenze, Verona, Napoli, Salerno, Catania, Bari, Lecce, Taranto, Foggia.

Ciò che mi muove è la passione, nient’altro. Ad ispirarmi è tutto ciò che mi emoziona: il cinema, la musica, ma soprattutto la sensualità e la seduzione femminile. Il subbuglio emotivo che ne deriva si tramuta in segni, curve morbide e colori, per rivivere all’infinito nell’opera d’arte."

Giuseppe Petrilli was born in Lucera (Italy) in 1970 where lives and works. He is a painter and illustrator and his artistic activity developes on two levels and into a double production: the pictorial and digital. In particular, the erotic series "Piante Carnivore" is the result of a personal research to find the right chemistry between the artistic gesture classic, drawing, and new digital techniques in order to utilize and develop the many expressive solutions that they offer. The series "True_Fakes" is a further evolution of this alchemy and consists of invented movie posters, inspired by B-movies of the years 60/70. He has participated in various group and solo exhibitions in Miami, Chicago, Los Angeles, San Francisco, Montreal, Berlin, Zurich, Rome, Milan, Florence, Verona, Naples, Catania, Bari, Lecce, Taranto, Foggia.

"Passion moves me, nothing else. While I paint or draw I have to enjoy myself, so inspire me that things that drive me excited: cinema, music and, over of all, feminine sensuality. The power of seduction enchant me: the displayed emotional turmoil becomes a sign, an elegant curve, a confusion of colors, due to live indefinitely as an artwork."


SANDRO TAURISANI

Nato a San Severo nel 1964 si laurea in architettura presso l’università “G. d’Annunzio” di Pescara. Nel 1996 fonda il suo studio professionale operando nel campo della progettazione architettonica e del design. La sua ricerca professionale indaga, in prevalenza, su “principi e tecniche della rappresentazione” e sul sistema di relazione “luogo-psiche”; dal 2014 conduce, con Artifact-Studio, un laboratorio per lo studio della terra cruda applicata al design.

All’attività professionale si fonde una costante attività artistica che parte negli anni 80 con una ricerca brutalista sul “disegno e autoanalisi” e si evolve, per tutti gli anni 90, in un’indagine ironica sulle distopie della società contemporanea rilevate mediante i comportamenti, le ossessioni e le storie della gente comune.

Con la serie “il caos” (2008/10) ha inizio una nuova ricognizione grafica; la figura umana è assente e il racconto sul “disagio diffuso”, teorizzato dallo psichiatra Mariano Loiacono, si fonde con le personali riflessioni sull’abitare e sul paesaggio antropizzato.

La serie “interior design” (2016/17) segna una mutazione in chiave introspettiva del lavoro di ricerca condotto sul sistema di relazione “luogo-psiche”.

Dal 2018 lavora in parallelo alle serie “luogo proprio” e “sintesi sul controllo della casualità”.


CLETO DI GIUSTINO

La fotografia di Cleto Di Giustino trova origine in una istanza interna, avvertita come urgenza espressiva, che tende verso una personale individuazione incentrata sul paesaggio agrario e le sue caratteristihe. La focalizzazione di tale ricerca è stata certamente favorita dall'ampia conoscenza visiva da lui posseduta in quest'ambito, anche per ragioni professionali. L'artista, nel suo contatto quotidiano con la campagna, ha avuto infatti la possibilità di osservare il terreno in molteplici circostanze, dunque nelle varie declinazioni offerte dal paesaggio naturale, finchè questo non gli si è presentato attraverso particolari che rivelassero una loro peculiare consistenza autre. Da qui l'eliminazione nei suoi lavori di una tradizionale visione paesaggistica e la conseguente, personale individuazione che fa risaltare l'elemento materico, permettendo così di leggere l'opera in un'ottica postinformale. Un senso di pacata elegia, che le immagini tratte dal mondo agrario e pastorale presentano con costanza, non riguarda solo il particolare di un territorio assunto come momento iniziale di riflessione, ma è anche la testimonianza di uno stato d'animo dell'artista, che si immerge in una realtà tranquilla e lontana dai frastuoni della città e dai ritmi frenetici della vita odierna. Tuttavia non manca in alcuni lavori di Cleto Di Giustino il riflesso di una sofferenza emotiva, poichè a volte emergono con intensità aspetti di vibranti contrasti linearistici e plastici che danno alle superfici materiche un senso di inquieta drammaticità, ben evidente anche in assenza di riscontri narrativi.


OMBRETTA FAVINO

Ombretta Favino si cimenta nella rappresentazione del suo visibile in un percorso attraverso il paesaggio, quasi sempre orizzontale,lontano dalla Fotografia degli anni ’80, che pure cercava un rapporto nuovo e dialettico nell’analisi delle mutazioni del territorio, e ci propone reali fantasie di un mondo vagamente onirico, psicanalitico, fantasmatico e visibilmente sonoro.
Distante tuttavia dal puro esercizio scolastico sull’uso sapiente del digitale, l’autrice va oltre lo sguardo intimistico e contemplativo del viandante Petrarca e come R. Misrach “non riesce e non può sottrarsi alla meraviglia del visibile, traboccante di una stupefacente policromia”.
“Secondo M. Merleau-Ponty, in Cézanne, il colore non è più circoscrivibile ai contorni di un disegno, di una forma preordinata. È esso stesso disegno, forma, struttura”.
Ombretta Favino, che ha romanticamente interpretato Parigi utilizzando i codici del bianco nero, ne “Il visibile e l’immagine” esplora le infinite sfumature di cromie che diventano struttura delle sue immagini, senza lasciarsi sedurre dall’invadenza del fotoritocco digitale;
al contrario, con la sua visione, vuole preservare dalla contaminazione delle tecnologie contemporanee uno spazio bellissimo dove approdare e farsi incantare dalle magie cromatiche, o impaurire dal rumore di soffici passi sulla neve o dal soffio leggero di svolazzanti Elfi.
“L’informatizzazione dello spazio ne minaccia oggi l’esistenza, non tanto perché comporta la crisi della visibilità, ma perché la diffusione del computer tende a ridurre il mondo intero a sterminato campo della predicibilità”.
La Favino ha la capacità di guardare un paesaggio e contemporaneamente di inventarlo con la macchina fotografica, mettendo a frutto un’immaginazione che, come scriveva Baudelaire, “scompone tutta la creazione e, con i materiali raccolti e disposti secondo regole di cui non si può trovare l’origine se non nel più profondo dell’anima, crea un mondo nuovo, produce la sensazione del nuovo”.
Ed è proprio la sperimentazione dell’imprevedibile, di un’estetica fuzzy, che affascina la bionda fotografa pugliese.
È il mezzo fotografico a “liberare” l’autrice dalla compressione del quotidiano verso paesaggi sperimentali, definiti nell’ambiguità del movimento e dalla “profondità” del bidimensionale.
È la fenomenologia di un mondo sempre al di là del precisamente percettibile l’icona del suo sogno segreto, o di un inconscio appena tradito dalla rivelazione impudica dell’intimo.
Ombretta è una fotografa che vuole, nell’architettura del suo stilema, definire una sintassi solida e di riferimento.
Insomma, un’artista da seguire con attenzione nelle sue evoluzioni in itinere.

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